La psicologia in un'immagine, perché una fotografia arriva all'anima
Cosa accade nella mente e nel cuore di chi guarda una fotografia, e perché un'immagine tocca alcuni nel profondo e lascia altri indifferenti. Sono Giuseppe Irranca, fotografo ritrattista e autore in bianco e nero, in Sardegna, e questa è la mia riflessione sulla psicologia dell'immagine. Parte della serie su fotografia, impresa e relazione.
Da fotografo, per anni mi sono posto una domanda semplice. Perché la stessa immagine commuove una persona fino alle lacrime, e ne lascia un'altra del tutto indifferente? All'inizio pensavo dipendesse dalla fotografia. Poi ho capito che dipende, quasi sempre, da chi la guarda. E per capirlo davvero ho dovuto uscire dalla fotografia, ed entrare nella psicologia.
"Un'immagine non accade sulla parete. Accade nella mente e nel cuore di chi la guarda."
Il primo principio, quello che spiega quasi tutto, è la proiezione. La psicologia lo ha dimostrato più di un secolo fa, quando Hermann Rorschach e poi Henry Murray hanno cominciato a mostrare alle persone macchie informi e immagini ambigue, chiedendo cosa vi vedessero. Non esisteva una risposta giusta, e proprio per questo la risposta rivelava chi guardava. Davanti a uno stimolo aperto, ognuno proietta il proprio mondo interiore, i suoi desideri, le sue paure, ciò che tiene nascosto persino a se stesso. Una fotografia, per molti versi, funziona allo stesso modo. È uno schermo su cui chi guarda, senza accorgersene, deposita se stesso.
"Davanti a un'immagine vediamo sempre un po' di ciò che siamo. Per questo chi ci vede malizia, sta parlando di sé."
Ma non ci limitiamo a proiettare. Facciamo qualcosa di più profondo, entriamo dentro l'immagine. I filosofi tedeschi dell'Ottocento, Robert Vischer e Theodor Lipps, la chiamavano Einfühlung, il sentire dentro, e la scienza di oggi lo ha confermato studiando il cervello. Quando guardi un volto che soffre, una parte dei tuoi stessi circuiti del dolore si accende. Simuli dentro di te l'emozione che vedi, la vivi nel corpo. Gli studiosi della simulazione incarnata, come David Freedberg e Vittorio Gallese, hanno mostrato che questo meccanismo è universale, appartiene a tutti noi. È questo che intendo quando dico che una fotografia trasmette emozioni. Non è una metafora, è un fatto. Chi guarda un mio ritratto, se si lascia andare, sente davvero qualcosa, perché il suo corpo risuona con ciò che l'immagine porta dentro.
Eppure non tutti arrivano a sentire, e qui la psicologia mi ha dato la spiegazione che cercavo da sempre. Gli studiosi della mente hanno dimostrato che elaboriamo ciò che percepiamo a diversi livelli di profondità, da un'analisi superficiale dei tratti, la forma, la posa, la luce, fino a un'analisi profonda del significato e dell'emozione. Più in profondità si scende, più l'immagine lascia una traccia duratura. Alcuni si fermano al primo strato, e di una fotografia vedono soltanto la superficie. Altri scendono fino al cuore. Roland Barthes, che era un filosofo prima ancora che un teorico dell'immagine, lo aveva detto con parole bellissime. Esiste un interesse educato e distante per una foto, e poi esiste quel dettaglio che ti trafigge, che colpisce te e nessun altro, perché tocca esattamente ciò che sei diventato nel corso della vita.
"Un'immagine si offre in superficie a tutti, ma consegna la sua profondità soltanto a chi ha imparato a scendere."
Perché alcuni scendono e altri no? La ricerca indica tre ragioni, e le riconosco tutte nel mio lavoro. La prima è la sensibilità, che è quasi una dote naturale, ma si può educare. La seconda è l'apertura, la disponibilità a lasciarsi toccare, a non difendersi, a non giudicare subito. La terza è la competenza, cioè quanto hai imparato a guardare nel corso degli anni, dai libri che hai letto, dall'arte che hai visto, perfino dal dolore che hai attraversato. Ecco perché sostengo che leggere un'immagine non è un gesto tecnico, è il frutto di tutto ciò che una persona è diventata.
C'è poi un aspetto che mi affascina più di ogni altro. La macchina fotografica vede cose che l'occhio, da solo, non coglie. Walter Benjamin lo chiamava l'inconscio ottico, un dominio del visibile che affiora soltanto nell'immagine, così come la psicoanalisi porta alla luce ciò che nascondiamo a noi stessi. Nel ritratto accade qualcosa di simile. In una frazione di secondo, un volto lascia cadere la maschera che ogni essere umano indossa per proteggersi, e per un istante mostra ciò che di solito custodisce gelosamente. Il mio compito, come fotografo, è aspettare in silenzio, e cogliere proprio quell'istante.
"Nel ritratto cerco l'attimo in cui cade la maschera, e per un istante affiora la verità di una persona."
E poi c'è lo sguardo, che per la psicologia è tutt'altro che innocente. Esiste un piacere del guardare, che Freud aveva studiato, capace di fermare l'occhio sull'apparenza, sul corpo, sulla superficie che seduce, e lì lo inchioda. Ma esiste anche uno sguardo più profondo, e la psicoanalisi, da Lacan fino a un filosofo come Georges Didi-Huberman, ci ricorda una cosa che suona quasi come un avvertimento. Quando guardi un'immagine, quell'immagine in un certo senso guarda anche te. Ti mette allo scoperto. Il modo in cui scegli di guardare, se ti fermi al corpo oppure cerchi l'anima, dice di te molto più di quanto immagini.
"Quando guardi una fotografia, quella fotografia guarda anche te. E rivela chi sei."
Tutto questo, per me, non è teoria da libro. È il terreno su cui lavoro ogni giorno, spesso senza nemmeno pensarci. Quando fotografo, non impongo un'emozione, la accendo, sapendo che si compirà soltanto nell'incontro con chi guarderà. Preparo un'immagine capace di parlare al profondo, e poi mi faccio da parte, perché il resto accade nella mente e nel cuore di un'altra persona, e non mi appartiene più. Non ho la pretesa di conoscere fino in fondo questi meccanismi, li studio ancora, e ogni volto nuovo mi insegna qualcosa. Ma una cosa la so con certezza.
"Io preparo l'immagine. Ma la fotografia vera accade dentro chi la guarda, ed è lì che diventa sua."
Ecco perché credo che guardare una fotografia sia, in fondo, un modo per guardare dentro se stessi. Ogni immagine che ci tocca ci restituisce un frammento di ciò che siamo, e a volte ci mostra ciò che non sapevamo di custodire. La luce che cerco, nei miei ritratti, non è soltanto quella che illumina un volto. È quella che, per un istante, si accende anche in chi guarda. E quando accade, l'autore e lo spettatore, per un attimo, diventano la stessa cosa.
Domande frequenti
Cos'è la psicologia di un'immagine? È lo studio di ciò che accade nella mente e nel cuore di chi guarda una fotografia. Il significato di un'immagine non è depositato soltanto in essa, ma nasce nell'incontro con lo spettatore, attraverso la proiezione, l'empatia e la lettura per livelli di profondità.
Perché una fotografia emoziona alcune persone e altre no? Perché la profondità con cui si legge un'immagine dipende da tre fattori, la sensibilità, l'apertura a lasciarsi toccare, e la competenza acquisita nella vita. Chi è più sensibile e allenato a guardare scende sotto la superficie, chi lo è meno si ferma all'apparenza.
Cosa significa che vediamo ciò che siamo? È il principio psicologico della proiezione. Davanti a un'immagine aperta depositiamo il nostro mondo interiore, e finiamo per vedere ciò che portiamo dentro. Per questo il modo in cui guardiamo una fotografia rivela molto di noi.
Come usa Giuseppe Irranca la psicologia nei suoi ritratti? Non impongo un'emozione, la accendo, e cerco l'istante in cui un volto lascia cadere la maschera. Preparo un'immagine capace di parlare al profondo, e lascio poi che il significato si compia nella lettura di chi guarda.
Chi è Giuseppe Irranca? Sono un fotografo ritrattista e autore in bianco e nero, in Sardegna. Fotografo con la luce naturale, da diversi anni prediligo il ritratto femminile, e cerco l'anima e l'essenza di un volto, più della sua semplice apparenza.
Per vedere i miei ritratti in bianco e nero e le stampe fine art, visita giuseppeirranca.com. I miei lavori, giorno dopo giorno, sono anche su Instagram, @giuseppeirrancaphoto.
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