Come si legge una fotografia, e perché non tutti sanno vederla | Giuseppe Irranca
Sul modo di leggere un'immagine oltre l'apparenza, tra il mio sguardo di autore e la libertà di chi guarda. Sono Giuseppe Irranca, fotografo ritrattista e autore in bianco e nero, in Sardegna, e questo è il mio pensiero su come una fotografia va guardata, ascoltata e vissuta. Parte della serie su fotografia, impresa e relazione.
C'è una cosa che ho imparato in tanti anni dietro l'obiettivo, e che vale più di qualsiasi regola tecnica. Una fotografia non si giudica, si legge. E leggere è un'altra cosa dal guardare di sfuggita. Un'immagine offre la sua superficie a chiunque, ma consegna la sua profondità soltanto a chi è pronto a riceverla.
"Una fotografia non si giudica, si legge. E non tutti, va detto, ne possiedono la lingua."
Quando scatto, io lavoro proprio su quella profondità. Non cerco un bel viso, cerco un'espressione vera, un'emozione da fermare, l'essenza di una persona. Dentro l'immagine deposito un sentimento, un'intenzione, a volte perfino la traccia del mio stato d'animo in quell'istante. Il bianco e nero, che è la mia lingua, mi aiuta a togliere il superfluo e a lasciare soltanto questo, l'essenziale.
Eppure, e qui comincia la parte più affascinante, ciò che io metto dentro un'immagine non è detto che coincida con ciò che ne ricava chi la guarda. E va bene così, perché una fotografia si compie in due, in chi la fa e in chi la legge. Lo aveva capito Ansel Adams, quando diceva che «ci sono sempre due persone in ogni immagine, il fotografo e chi guarda». E il maestro che amo più di tutti, Giovanni Gastel, lo spiegava con una frase che porto sempre con me. Diceva ai suoi soggetti, «io non sono uno specchio, io sono un filtro». Il ritratto che faccio di te sei tu, ma filtrato da ciò che io sono, da ciò che ho letto, visto e vissuto. E poi, ancora, filtrato da chi lo guarda. Tre sguardi, dentro una sola immagine.
Ecco perché sostengo che nessuno possa davvero giudicare una fotografia senza gli strumenti adatti, e non parlo soltanto di tecnica. Parlo di sensibilità, di cultura, di disposizione dell'anima. Molte critiche che leggo sono neutre, superficiali, piene di pregiudizi, e a volte di una grande ipocrisia, perché chi giudica un'immagine dall'apparenza, quasi sempre, senza accorgersene, sta descrivendo se stesso.
"Il modo in cui guardiamo il mondo è il ritratto più onesto di ciò che siamo."
Lo dico con rispetto, ma con chiarezza. Chi in un'immagine pura vede soltanto la superficie, spesso alla superficie si ferma anche nella vita. Chi ci vede malizia, sta parlando della propria. E chi ci vede soltanto volgarità, forse dovrebbe domandarsi perché la porta dentro. Vediamo sempre ciò che siamo, e John Berger lo aveva detto con parole semplici, «vediamo solo ciò che guardiamo», perché guardare è già una scelta. La mediocrità, del resto, ha sempre bisogno di alzare la voce. Chi ha imparato a vedere, invece, ha imparato prima di tutto a tacere.
Non è una mia impressione, è qualcosa che ho studiato leggendo, e che poi ho verificato mille volte sul campo. La psicologia dell'immagine spiega bene perché, davanti alla stessa fotografia, c'è chi si commuove e chi passa oltre distratto. Di fronte a uno stimolo aperto, ognuno proietta il proprio mondo interiore, come accade davanti alle macchie di un test, e finisce per vedere ciò che ha dentro. Gli studiosi parlano di livelli di lettura, dallo strato superficiale dei tratti, il colore, la posa, la luce, fino allo strato profondo del significato e dell'emozione. Alcuni si fermano al primo, altri scendono fino in fondo. E il motivo, dicono, sta in tre cose precise, la sensibilità estetica, l'apertura all'esperienza, e la competenza, cioè quanto uno ha imparato a guardare nel corso della vita. Roland Barthes lo spiegava a modo suo, distingueva l'interesse educato e generale per una foto da quel dettaglio che invece ti trafigge, che colpisce te e non un altro, perché tocca ciò che sei diventato. Questa è la verità che nessuno strumento può darti.
"Un'immagine si offre in superficie a tutti, ma si consegna soltanto a chi ha imparato a leggerla."
C'è un caso in cui tutto questo diventa lampante, ed è il nudo. Quando fotografo un nudo penso alla natura, alla creazione, a qualcosa di antico e di puro. Un corpo, nella luce giusta, è emozione, è forma, è vita. Ma chi non ha imparato a leggere ci vede soltanto un corpo spogliato, e si ferma lì. Non è colpa dell'immagine, è il confine del suo sguardo. Da sempre chi studia queste cose distingue il corpo semplicemente svestito dal nudo che diventa arte, e la differenza non sta nel corpo, sta nel modo di guardarlo, nell'intenzione, nel senso, nella relazione. Io una donna la ritraggo sempre per la sua forza e la sua dignità, mai per ridurla a carne. E se qualcuno, davanti a un mio nudo, riesce a vedere soltanto malizia, ancora una volta non descrive la mia fotografia, descrive se stesso.
"Un nudo non è un corpo da guardare, è un'emozione da leggere. Chi ci vede solo il corpo, non ha ancora imparato a vedere."
Per questo una fotografia non si consuma, si vive. Va guardata con calma, ascoltata, lasciata entrare, fino a farsi attraversare. Diane Arbus diceva che «una fotografia è un segreto su un segreto», e aveva ragione, più a lungo la guardi, più ti accorgi di quanto non sai. Henri Cartier-Bresson, nei suoi ritratti, cercava un silenzio interiore, ed è la stessa cosa che cerco io, quel momento in cui il rumore si ferma e resta soltanto la verità di un volto.
Non sono arrivato a pensare tutto questo da solo. Ho letto moltissimo, autori del passato e contemporanei, fotografi e studiosi, e molti mi hanno formato, più di tutti Giovanni Gastel, la cui idea del ritratto come filtro dell'anima mi accompagna ogni volta che alzo la macchina. E poi c'è una persona a cui devo dire grazie, sempre, il mio maestro e amico Sergio Derosas. A lui ho sempre confessato con sincerità di averlo ascoltato, e di aver poi fatto di testa mia, seguendo la mia strada. Eppure i suoi consigli hanno corretto tanti errori che prima commettevo, e restano preziosi ancora oggi. Sul set, nel silenzio, ho spesso la sua voce nell'orecchio che mi ricorda le cose. Perché imparare a vedere, alla fine, è anche saper ascoltare chi ha visto prima di te. E non credo di essere mai arrivato, e non voglio arrivarci mai. Fotografo da una vita, eppure ogni volto nuovo, ogni persona che incontro, ogni giorno passato a lavorare, mi insegna ancora qualcosa. Non si finisce mai di imparare, e non si finisce mai di crescere.
"Non si finisce mai di imparare, e non si finisce mai di crescere. Il giorno in cui credi di sapere tutto, hai smesso di vedere."
Ecco cosa significa, per me, leggere una fotografia. Non è un giudizio, è un incontro. È lasciare che un'immagine ti attraversi e, nel farlo, ti riveli a te stesso. Perché ogni volta che impari a vedere davvero, non stai capendo meglio la fotografia, stai capendo meglio te stesso. E allora, se una mia immagine ti lascia in silenzio, se ti costringe a fermarti, se ti fa sentire qualcosa che non sai spiegare, forse l'hai letta per davvero. In quel silenzio, dove la superficie diventa profondità, c'è tutto ciò che cerco di mettere in una fotografia, e tutto ciò che spero tu sappia trovarci.
Domande frequenti
Come si legge una fotografia? Non giudicandola dall'apparenza, ma leggendola per strati, con calma, lasciandola entrare fino a farsi attraversare. Il significato non è solo nell'immagine, nasce nell'incontro con chi guarda, a partire dal suo vissuto, dalla sua cultura e dalla sua sensibilità.
Perché non tutti sanno leggere un'immagine allo stesso modo? Perché la profondità con cui si legge dipende dalla sensibilità, dalla cultura e dalla disposizione dell'anima di chi guarda. La psicologia lo conferma, davanti a uno stimolo aperto ognuno proietta ciò che ha dentro, e chi è più sensibile scende sotto la superficie, chi lo è meno si ferma a ciò che appare.
Un nudo in fotografia è arte o apparenza? Diventa arte non per la bellezza del corpo, ma per il modo di guardarlo, per l'intenzione, il senso e la relazione. Chi in un nudo vede soltanto un corpo non ha ancora imparato a leggere l'immagine, e finisce per descrivere se stesso.
Chi è Giuseppe Irranca? Sono un fotografo ritrattista e autore in bianco e nero, in Sardegna. Fotografo con la luce naturale, da diversi anni prediligo il ritratto femminile, e cerco l'essenza e l'anima di un volto, più della sua semplice apparenza.
Cosa cerca Giuseppe Irranca in un ritratto? Un'espressione vera e un'emozione da trasmettere, l'essenza di una persona. Non impongo un significato, lo accendo, e lascio che sia chi guarda a completarlo con la propria lettura.
Per vedere i miei ritratti in bianco e nero e le stampe fine art, visita giuseppeirranca.com. I miei lavori, giorno dopo giorno, sono anche su Instagram, @giuseppeirrancaphoto.
#Fotografia #RitrattoFotografico #FotografiaDAutore #FotografiaInBiancoENero #Sardegna #FineArtPhotography