L'ottica perfetta per il ritratto esiste? Analisi tecnica del Leica Summilux-SL 50mm f/1.4 ASPH.
Un'analisi approfondita dell'obiettivo Leica Summilux-SL 50mm f/1.4 ASPH. per la fotografia di ritratto, tra rigore tecnico, esperienza sul campo e visione fotografica personale. A cura di Giuseppe Irranca, fotografo ritrattista in bianco e nero ad Alghero.
Esiste l'ottica perfetta per il ritratto? È una domanda che mi accompagna da anni, da quando ho capito che un volto chiede a un obiettivo qualcosa che nessun test di laboratorio sa misurare. Questo non è un test, non è una recensione, e non è un confronto a punteggi. È un documento, il più rigoroso e onesto che sono riuscito a scrivere, dedicato a una lente che ho scelto per i miei ritratti, il Leica Summilux-SL 50mm f/1.4 ASPH. Ho messo insieme tre cose che di solito restano separate... il rigore tecnico, l'esperienza sul campo, e una visione personale del ritratto. L'ho scritto perché manca, in italiano, un testo serio su questo tema, e perché credo che chi cerca informazioni vere meriti di trovarle. Mi chiamo Giuseppe Irranca, sono un fotografo ritrattista in bianco e nero, e questo è il mio dossier.
Capitolo 1. La psicologia del ritratto, perché un volto richiede un'ottica diversa
Il volto umano è l'oggetto che il nostro cervello osserva con più attenzione in assoluto. Siamo costruiti per leggere i visi, per cogliere in una frazione di secondo un'emozione, una tensione, una verità o una menzogna. Per questo fotografare un volto non è come fotografare un paesaggio o un oggetto. Chi guarda un ritratto non analizza la nitidezza dello sfondo, cerca gli occhi, la pelle, l'espressione, e giudica, spesso senza saperlo, se quel volto gli appare vivo oppure no.
Un'ottica per il ritratto, quindi, non deve soltanto risolvere il dettaglio. Deve restituire la materia della pelle senza renderla clinica, deve disegnare gli occhi con profondità, deve gestire con grazia il passaggio dal fuoco alla sfocatura, perché è lì che il volto acquista o perde tridimensionalità. Soprattutto, non deve mai imporsi. Nel ritratto la tecnica è al servizio della relazione, e una lente troppo aggressiva, troppo incisiva, può tradire il soggetto, mostrando ogni imperfezione come un difetto invece che come un tratto di carattere. La sfida di un obiettivo da ritratto è proprio questa, essere capace di una resa altissima e, allo stesso tempo, di una delicatezza che rispetti la persona. È un equilibrio raro, e capirlo è il punto di partenza di tutto ciò che segue.
Capitolo 2. Come lavora un obiettivo, spiegato senza accademia
Per capire perché certe lenti emozionano e altre no, bisogna capire come lavora un obiettivo. Lo spiego nel modo più semplice possibile, senza linguaggio da manuale.
Il microcontrasto
Quando si parla di contrasto, di solito si pensa alla differenza tra il bianco e il nero, tra le luci e le ombre. Il microcontrasto è un'altra cosa, più sottile. È la capacità di un obiettivo di distinguere differenze di tono piccolissime, i passaggi quasi impercettibili della luce su una superficie, le micro variazioni dei grigi su una guancia. È da qui che nasce la sensazione di tridimensionalità, perché il nostro occhio legge quelle minime differenze come volume, come rilievo. Un obiettivo con un microcontrasto eccellente fa sembrare il volto scolpito dalla luce, anche quando la risoluzione, sulla carta, è identica a quella di un altro obiettivo.
Le aberrazioni
Le aberrazioni sono gli errori naturali con cui la luce, attraversando il vetro, non si comporta in modo perfetto. Ne esistono di due famiglie. Le aberrazioni cromatiche separano i colori e producono quelle fastidiose frange colorate ai bordi dei contrasti, particolarmente visibili controluce. Le aberrazioni monocromatiche, come la coma o l'astigmatismo, deformano i punti luminosi e ammorbidiscono i bordi. Il lavoro di un grande progettista consiste nel ridurre queste aberrazioni senza spegnere il carattere dell'immagine, perché una correzione esagerata e fredda può togliere anima a una fotografia. La maestria sta nell'equilibrio, non nella correzione totale.
La tridimensionalità
La tridimensionalità è la qualità per cui un soggetto sembra staccarsi dallo sfondo, come se avesse spessore reale dentro un'immagine piatta. Non dipende da un solo fattore, ma dall'incontro tra microcontrasto, gestione delle transizioni e qualità dello sfocato. È ciò che fa dire, davanti a certe fotografie, che il volto sembra quasi toccabile. È difficile da misurare, ma facilissima da riconoscere.
Lo sfocato
Lo sfocato, o bokeh, è il modo in cui un obiettivo rende le zone fuori fuoco. Non è solo questione di quanto sfoca, ma di come lo fa. Uno sfocato nervoso, con bordi duri e doppi contorni, distrae e disturba. Uno sfocato morbido, che si dissolve in modo graduale, accompagna lo sguardo verso il soggetto senza strapparlo dal contesto. Nel ritratto, la qualità della transizione tra il volto nitido e lo sfondo dissolto è una delle cose che separano un'ottica eccellente da una soltanto buona.
Capitolo 3. Perché Leica progetta in modo diverso
Dietro le ottiche Leica c'è una filosofia precisa, e c'è una persona che la incarna, Peter Karbe, da decenni responsabile della progettazione ottica della casa. È a lui che si deve la moderna stirpe dei cinquanta millimetri Leica, dal Summilux-M asferico del 2004, primo schema a doppio Gauss modificato con elemento flottante, fino al Noctilux f/0.95 e all'APO-Summicron, che molti considerano il cinquanta più perfetto mai realizzato. Si racconta che Karbe tenesse nel suo ufficio l'intero albero genealogico dei cinquanta millimetri Leica, e questo amore per una sola focale dice molto del suo metodo.
La differenza di fondo è questa. Molti produttori progettano un obiettivo per ottenere il punteggio più alto possibile nei test di nitidezza. Leica progetta perché l'immagine abbia un certo carattere, una certa resa, una certa verità. Non insegue la correzione assoluta come fine a sé stessa, ma cerca un equilibrio tra correzione e resa, perché un obiettivo perfetto sulla carta può risultare freddo nella realtà. È la stessa filosofia che la casa riassume da sempre in due parole, l'essenziale. Per un ritrattista questo è decisivo, perché significa che la lente è pensata non per impressionare un tecnico, ma per emozionare chi guarda un volto.
Capitolo 4. Analisi completa del Summilux-SL 50mm f/1.4 ASPH.
Veniamo all'obiettivo, con i dati ufficiali Leica spiegati nel loro significato reale per il ritratto.
Lo schema ottico è composto da undici elementi disposti in nove gruppi. Di questi, due sono elementi asferici e altri quattro sono realizzati con vetri a dispersione parziale anomala, utilizzati per correggere le aberrazioni cromatiche. Questa architettura complessa ha uno scopo dichiarato, ridurre tutte le aberrazioni, monocromatiche e cromatiche, a un livello a malapena percepibile, mantenendo nitidezza e contrasto altissimi anche a tutta apertura, cioè a f/1.4. È un dettaglio che conta enormemente nel ritratto, perché poter lavorare a f/1.4 senza che la qualità crolli significa isolare il volto dallo sfondo con la massima morbidezza, mantenendo intatta la resa dove serve.
La messa a fuoco è interna e motorizzata, una scelta importante. A differenza dei classici obiettivi a fuoco manuale, dove la lunghezza varia mentre si mette a fuoco, qui l'obiettivo resta della stessa lunghezza, la ghiera frontale non ruota, e la messa a fuoco è silenziosa e rapida. Per chi, come me, segue i micro-movimenti di una persona, questo significa poter lavorare senza rumore e senza distrazioni. È un obiettivo a baionetta L, pensato per il sistema mirrorless full frame Leica SL, ed è stato il primo obiettivo fisso nato per questo sistema, concepito come nuovo punto di riferimento della categoria.
I numeri essenziali completano il quadro. Apertura massima f/1.4, minima f/22. Angolo di campo di circa quarantotto gradi sulla diagonale, la prospettiva naturale del cinquanta millimetri, vicina a come l'occhio umano percepisce le proporzioni di un viso. Distanza minima di messa a fuoco di sessanta centimetri, diametro filtri ottantadue millimetri, costruzione interamente in metallo, protetta da polvere e spruzzi d'acqua. È una lente importante e pesante, e non lo nascondo. Ma quel peso, mentre si lavora, diventa solidità, e impone quel ritmo lento che al ritratto fa sempre bene.
Capitolo 5. Analisi dei grafici MTF, cosa vede davvero il fotografo
I grafici MTF sono lo strumento più serio e più frainteso per valutare un obiettivo. MTF significa funzione di trasferimento della modulazione, e in parole semplici misura quanto fedelmente un obiettivo trasferisce il contrasto di un dettaglio dal soggetto all'immagine. Provo a renderlo comprensibile, e poi a fare la cosa che raramente si trova in italiano, spiegare cosa vede realmente il fotografo quando quei grafici hanno una certa forma.
Sull'asse orizzontale del grafico c'è la distanza dal centro dell'immagine verso il bordo. Sull'asse verticale c'è il contrasto, da zero a uno. Le linee tracciate rappresentano frequenze diverse. Le linee a bassa frequenza, in genere intorno alle dieci coppie di linee per millimetro, descrivono il contrasto generale e la resa delle strutture grandi, ed è da queste che dipende quella sensazione di corpo e di tridimensionalità. Le linee ad alta frequenza, intorno alle venti, quaranta coppie di linee per millimetro, descrivono la capacità di risolvere il dettaglio fine, cioè la nitidezza vera e propria. Ci sono inoltre coppie di linee dette sagittali e meridiane, e quando queste due restano vicine tra loro significa che l'obiettivo rende i dettagli in modo uniforme in tutte le direzioni, senza quegli effetti nervosi che rovinano lo sfocato.
Cosa vede, allora, il fotografo? Quando le linee a bassa frequenza partono molto in alto e restano alte, vede immagini con corpo, con quella resa plastica che fa staccare il soggetto. Quando le linee restano alte e vicine tra loro anche allontanandosi dal centro, vede nitidezza uniforme su tutto il fotogramma, senza bordi molli. Quando le linee sagittali e meridiane restano unite, vede uno sfocato pulito e una transizione gentile. I grafici MTF ufficiali del Summilux-SL descrivono proprio questo, un comportamento alto e uniforme, con prestazioni notevoli già a tutta apertura. Per i valori esatti rimando sempre alla scheda tecnica ufficiale Leica, perché un dossier serio non inventa numeri. Ma il senso, per chi fotografa, è chiaro, questa lente unisce risoluzione e contrasto in modo raro, ed è proprio questo equilibrio a generare la resa che l'occhio percepisce come carattere. Detto ciò, ricordo una cosa che vale sempre, un grafico è un punto di partenza, non un verdetto. L'ultimo giudice resta l'occhio davanti a una stampa.
Capitolo 6. Il Leica Look, cosa dicono i fotografi
Esiste davvero un Leica look, oppure è soltanto suggestione? Per rispondere in modo onesto non basta una testimonianza, ne servono molte, e bisogna osservare se ricorrono le stesse parole. Ho raccolto e confrontato le impressioni che emergono con costanza nelle recensioni e nei resoconti sul campo di chi questa lente l'ha usata, e le ho ordinate per tipo di fotografo, perché ognuno guarda un obiettivo con occhi diversi.
Tra gli ambassador e i fotografi più legati al marchio ricorre l'idea di una resa che unisce nitidezza estrema e morbidezza tonale, una combinazione che molti definiscono inconfondibile. Tra i ritrattisti tornano con insistenza tre parole, tridimensionalità, transizione, presenza, e la sensazione che il volto sembri staccarsi dalla stampa. Tra i fashion photographer si parla soprattutto della resa della pelle e della qualità dello sfocato, capace di isolare il soggetto senza renderlo finto. Tra i wedding photographer prevalgono l'affidabilità a tutta apertura e la capacità di mantenere carattere anche in condizioni di luce difficile.
Il dato interessante è metodologico. Quando fotografi diversi, con stili e mestieri diversi, e senza essersi parlati, usano spontaneamente lo stesso vocabolario, tridimensionalità, carattere, tonalità, presenza, significa che esiste una caratteristica percepita in modo condiviso, non un'illusione individuale. Il Leica look, in questo senso, non è marketing, è la descrizione collettiva di una resa reale. Resta naturalmente una percezione, e come tale va trattata con onestà, ma una percezione condivisa da molti osservatori indipendenti ha un suo valore concreto. Per chi volesse approfondire, le testimonianze integrali vanno sempre lette alle fonti originali, che invito a consultare direttamente.
Capitolo 7. Confronto tra filosofie progettuali, non tra punteggi
Mettere a confronto il Summilux-SL con le grandi ottiche da cinquanta millimetri delle altre case non serve a dire quale sia migliore, sarebbe una domanda mal posta. Serve a capire che esistono filosofie progettuali diverse, ognuna con una sua coerenza, e che la scelta dipende da cosa cerchi.
Sigma Art
La filosofia Sigma Art punta a offrire la massima risoluzione a un prezzo accessibile. Sono ottiche incisive, precise, dal rendimento clinico altissimo. Per molti generi sono perfette. Nel ritratto, la loro stessa virtù, l'estrema nitidezza, può diventare un limite per chi cerca dolcezza e carattere, ed è esattamente la riflessione da cui parte il mio modo di scegliere.
Sony GM
La linea G Master persegue un doppio obiettivo dichiarato, altissima risoluzione e sfocato morbido insieme. È una filosofia moderna e ambiziosa, che cerca di unire perfezione tecnica e piacevolezza, con risultati notevoli. La resa tende a essere contemporanea, pulita, brillante.
Canon RF
La filosofia RF punta su aperture estreme e su una resa volutamente piacevole, con grande attenzione al rendering e ai colori. Canon cerca un equilibrio tra prestazioni elevate e gradevolezza dell'immagine, con una sua morbidezza riconoscibile.
Nikon Z
Il sistema Z è improntato all'eccellenza ottica e alla correzione molto spinta, con una resa nitida e precisa. È una filosofia di rigore, che cerca la perfezione misurabile e la coerenza su tutto il fotogramma.
Zeiss
Zeiss è storicamente la casa del microcontrasto e di quella tridimensionalità che molti chiamano pop, con una resa del colore e una profondità molto caratteristiche. È, tra tutte, la filosofia più vicina a Leica nell'idea che un'immagine debba avere carattere e non solo nitidezza.
Leica
Leica, infine, sceglie l'equilibrio tra correzione e resa, la tonalità, la transizione, il carattere, riassunti nell'idea dell'essenziale. Non rinuncia alla nitidezza, anzi è ai vertici, ma non la considera mai il fine ultimo. Il fine è la resa, ciò che l'immagine fa sentire. È per questo che, per il mio ritratto, è la filosofia in cui mi riconosco.
Capitolo 8. La scienza dietro l'emozione
Questo è il capitolo a cui tengo di più, perché unisce tre mondi che raramente si incontrano, l'ottica, la percezione visiva e la fotografia di ritratto. La domanda di fondo è semplice e profonda, perché certi obiettivi emozionano più di altri, pur avendo la stessa risoluzione?
La ricerca sulla percezione offre indizi concreti. Il nostro cervello costruisce la profondità mettendo insieme molti segnali, la disparità tra i due occhi, il movimento, le ombre, la prospettiva, e tra questi anche lo sfocato. Diversi studi sulla percezione visiva mostrano che lo sfocato fuori fuoco funziona come uno dei segnali di profondità, e che una sua transizione graduale aumenta l'impressione di separazione tra il soggetto e lo sfondo, e quindi la sensazione di tridimensionalità. È stato osservato inoltre che il contrasto rafforza la percezione della profondità, e che anche correggendo l'effetto del contrasto lo sfocato continua a influenzare il modo in cui percepiamo lo spazio. Il ruolo esatto dello sfocato come segnale quantitativo di profondità è ancora discusso tra gli studiosi, e lo dico per onestà, ma l'effetto percettivo di una transizione morbida e di un contrasto ben gestito sull'impressione di profondità è ampiamente documentato.
Da qui si capisce molto. Una transizione morbida tra fuoco e sfocato ci appare più naturale perché somiglia al modo in cui il nostro stesso sistema visivo costruisce la profondità, e non al taglio artificiale di una sfocatura mal gestita. Il microcontrasto aumenta la percezione della tridimensionalità perché il cervello legge le minime variazioni di tono come volume e rilievo, esattamente i segnali che usa nel mondo reale per capire la forma di un viso. E alcuni obiettivi sembrano dare presenza al soggetto, pur avendo la stessa risoluzione di altri, perché riescono a fornire al cervello, tutti insieme e in modo coerente, i segnali di profondità che esso si aspetta. L'emozione che proviamo davanti a un grande ritratto, allora, non è soltanto poesia, ha anche radici percettive precise. Quando un obiettivo asseconda il modo in cui il nostro cervello legge un volto, l'immagine ci appare viva, e ciò che chiamiamo carattere è, in parte, proprio questo accordo tra l'ottica e la percezione umana.
La mia conclusione, da fotografo e non da recensore
Allora, esiste l'ottica perfetta per il ritratto? La mia risposta è che non esiste in assoluto, ma esiste in relazione. Non esiste l'obiettivo perfetto per tutti, esiste l'obiettivo giusto per il tuo modo di vedere. Per il mio, fatto di bianco e nero, di luce naturale, di vicinanza e di relazione, quell'obiettivo è il Leica Summilux-SL 50mm f/1.4 ASPH, perché unisce ciò che mi serve, una resa altissima quando occorre e un carattere che non spegne mai l'anima del volto. Non lo dico da recensore, perché non vendo obiettivi, lo dico da fotografo che ha cercato a lungo lo strumento che gli somigliasse.
Se questo dossier vi è stato utile, ho raggiunto il mio scopo, offrire in italiano un riferimento serio su un tema spesso trattato in modo superficiale. Perché un obiettivo, alla fine, non è un oggetto da possedere, è un modo di guardare. E il modo di guardare, quello sì, vale la pena studiarlo per tutta la vita.
Domande frequenti
Qual è il miglior obiettivo Leica per il ritratto? Non esiste un migliore in assoluto, ma per il ritratto il Leica Summilux-SL 50mm f/1.4 ASPH unisce nitidezza elevata, carattere e una resa tonale e tridimensionale particolarmente adatta al volto. La scelta dipende sempre dal proprio stile fotografico.
Perché un cinquanta millimetri per il ritratto e non un ottantacinque? Perché il cinquanta restituisce le proporzioni del viso in modo naturale e obbliga il fotografo ad avvicinarsi al soggetto. Per chi fonda il ritratto sulla relazione, questa vicinanza è un valore e non un limite.
Cos'è il Leica look? È la resa caratteristica delle ottiche Leica, descritta in modo ricorrente come unione di nitidezza, morbidezza tonale e forte tridimensionalità. È una percezione condivisa da molti fotografi indipendenti, e in questo senso una caratteristica reale e non solo marketing.
Cosa sono i grafici MTF e come si leggono? L'MTF misura quanto fedelmente un obiettivo trasferisce il contrasto dei dettagli. Linee alte e vicine tra loro indicano alto contrasto, alta nitidezza e resa uniforme. Per il fotografo si traducono in immagini con corpo, dettaglio e sfocato pulito.
La nitidezza è l'aspetto più importante in un obiettivo da ritratto? No. La nitidezza è necessaria ma non sufficiente. Nel ritratto contano molto anche il microcontrasto, la qualità dello sfocato, la transizione tra fuoco e sfocato e la resa tonale, perché sono questi a dare tridimensionalità ed emozione.
Perché certi obiettivi sembrano più tridimensionali pur avendo la stessa risoluzione? Perché forniscono al cervello, in modo coerente, i segnali di profondità che esso usa nella visione reale, come il microcontrasto e una transizione morbida dello sfocato. La percezione di tridimensionalità nasce da questi segnali, non dalla sola risoluzione.
Questo dossier nasce dal mio lavoro di ritrattista. Per vedere i miei ritratti in bianco e nero e le stampe fine art, visita giuseppeirranca.com. Per il racconto d'impresa, vedolab.it.