Fotografo e catturo per sottrazione. Tolgo il colore, tolgo lo studio, tolgo la posa, e resto con l'essenziale: un volto, una luce che entra da una finestra o cade dal cielo di un pomeriggio nuvoloso, e il momento in cui qualcuno smette di difendersi.
Il bianco e nero è il mio linguaggio perché concentra lo sguardo. Senza il colore a distrarre, emergono i contrasti, le ombre, la grana, la geometria di un viso. L'immagine si libera anche dal tempo: priva di riferimenti cromatici a un'epoca, diventa universale, e parla la stessa lingua a chi la guarda oggi e a chi la guarderà domani.
Lavoro solo con la luce che la natura mi offre. Non la forzo, la seguo. Cerco i luoghi dove cade nel modo giusto, un porticato che fa da teatro d'ombre, un campo aperto dove il cielo diventa il più grande diffusore del mondo. È una luce onesta, che rivela senza crudeltà.
Ogni sessione è prima di tutto un incontro umano. Non dirigo verso pose studiate: costruisco uno spazio di fiducia in cui la persona può semplicemente esistere, finché smette di posare e comincia a essere. È lì che nasce il ritratto, in quell'istante di verità che sento arrivare prima ancora di vederlo. Tutto si regge sul rispetto: chi si lascia fotografare mi affida qualcosa, e il mio mestiere è non tradirlo mai.
Prima di scattare ho già l'immagine in mente. La pre-visualizzo, contrasti e sfumature, così che la macchina e la post-produzione non facciano che rifinire ciò che è già completo. Scatto con ottiche fisse e a tutta apertura, perché un solo piano a fuoco è il mio modo di dire dove guardare.
Il percorso si chiude sulla carta. La stampa fine-art trasforma l'immagine in un oggetto da toccare e custodire, e dà alla fotografia il peso e la profondità che uno schermo non può restituire. Una fotografia, per me, diventa reale solo quando puoi tenerla in mano.