Non parlo volentieri di macchine fotografiche. Una macchina non fa una fotografia, la fa chi guarda. Ma di Leica posso parlare, perché Leica non è per me un oggetto tecnologico... è una sensazione.
C'è qualcosa, nelle sue immagini, che sa di un altro tempo. Un sapore analogico, una grana che ricorda la pellicola, una profondità che non sembra fatta di numeri ma di memoria. Le sue fotografie hanno il tono delle cose viste molto tempo fa e mai dimenticate, quella patina dolce che il digitale, di solito, cancella. È come se ogni scatto nascesse già con un passato.
Ma la cosa che amo di più è un'altra: con Leica la macchina sparisce. Non c'è nulla tra me e ciò che guardo, nessuna distrazione, nessun automatismo che decide al posto mio. Resta solo l'essenziale, il dito, la luce, l'attesa. Mi costringe alla lentezza, e la lentezza è esattamente ciò che cerco: il tempo di sentire prima di scattare, di aspettare l'istante invece di rincorrerlo.
Lavoro con un'ottica fissa, una sola, e lo zoom lo faccio con le gambe. Amo scattare a tutta apertura, lasciando a fuoco un solo piano sottile, perché la fotografia, per me, è anche scegliere cosa lasciar sfumare. È un modo di dire dove guardare, di indicare il punto in cui vive l'anima di chi ho davanti, e di lasciare che tutto il resto si dissolva in una carezza.
Non è la macchina a rendere vera un'immagine. Ma esistono strumenti che ti somigliano, che assecondano il tuo modo di sentire invece di contrastarlo. Leica, per me, è questo: non ciò con cui fotografo, ma ciò attraverso cui guardo.
Bello, il 50mm dà un dettaglio vero e personale. Ti scrivo questo trafiletto da mettere sotto, tutto sul cuore della scelta, niente tecnica: muovermi io invece di usare uno zoom, e la lente fissa come ricerca di vicinanza. Lo puoi titolare, se vuoi, qualcosa come "Una sola lente, e i miei passi".
Una sola lente, e i miei passi
Non uso zoom. Potrà sembrare un limite, e invece è la mia libertà più grande. Quando voglio avvicinarmi a qualcuno, non giro una ghiera: mi muovo, faccio un passo, accorcio la distanza con il corpo e non con un meccanismo. E in quel passo accade qualcosa, perché avvicinarsi davvero a una persona non è mai un gesto neutro. È una richiesta silenziosa di fiducia, e una promessa di rispetto.
La lente fissa mi obbliga a questo, e gliene sono grato. Mi costringe a entrare nello spazio dell'altro invece di rubarlo da lontano, a esserci, a condividere la stessa aria. È un modo di cercare l'intimità con i piedi prima che con gli occhi: niente comodità, niente scorciatoie, solo la distanza giusta conquistata avvicinandomi.
Tra tutte, è con il 50mm che ho più feeling. È la lente che vede il mondo più o meno come lo vede l'occhio umano, senza enfatizzare nulla, senza deformare: racconta le cose per come sono, con la stessa misura con cui le guardiamo davvero. Mi fa sentire vicino senza invadere, presente senza imporre. È la distanza dell'amicizia, quella a cui ci si parla guardandosi negli occhi... ed è esattamente lì che voglio stare quando fotografo qualcuno.